Diari di viaggio: appunti su un oggetto della seconda guerra mondiale

05 Jan

Disclaimer: questo post ha esclusivamente interesse storico e personale. Non è un elogio della guerra, ma una riflessione sull’orrore che la sua potenza distruttiva rappresenta. Non è un testo accademico (mancano le fonti), ma raccoglie appunti e osservazioni personali.

Al Dockland Museum di Londra, che ho visitato qualche mese fa, c’era una sezione dedicata alla Seconda Guerra Mondiale.

Quando ho visto questa bomba, mi è tornata in mente un’altra foto scattata quando ero bambino durante una gita di famiglia a Malta (il luogo é la Rotonda di Mosta). Ho deciso perciò di riprodurre la stessa posa di 40 anni prima. 

Oltre alla cifra tonda in termine di anni trascorsi tra una foto e l’altra, una interessante coincidenza è che le due bombe non sono solo simili, ma sono esattamente lo stesso modello di bomba. La forma della bomba è piuttosto comune, ma possiamo capire che si tratta della stessa, a causa dei due fori sul fianco sono di uguali dimensioni e posizione (quello in alto era per poterla riempire, quello inferiore per l’ispezione).

Si tratta di una Blockbuster 4000 lb “Cookie”, in dotazione alla Royal Air Force britannica.

Mosso dalla mia solita curiosità e dall’interesse per la storia moderna ho deciso di approfondire l’argomento.

Panoramica del contesto

Malta era una base britannica strategica che permetteva di colpire le rotte di rifornimento dell’Asse verso il Nord Africa. Principalmente per questo motivo, dal 1940 al 1942 Malta fu uno degli obiettivi più martellati dell’intero conflitto. Gli attacchi iniziarono con la Regia Aeronautica Italiana (giugno 1940), ma dal 1941 la Luftwaffe tedesca intervenne massicciamente, soprattutto con la formazione X Fliegerkorps.

Anche l’area dei docks di Londra — inclusa l’Isle of Dogs [link articolo] — fu una delle zone più martellate dai bombardamenti tedeschi durante il Blitz (1940–1941). I Royal Docks, i West India Docks e tutta l’Isle of Dogs erano obiettivi primari: lì passavano le forniture vitali per il Regno Unito.

Le bombe e il loro impiego

La bomba “blockbuster” britannica da 4.000 lb, é uno dei tipi più iconici e devastanti usati durante la seconda guerra mondiale in particolare dalla RAF, a partire dal 1941, per radere al suolo interi isolati nelle città tedesche.

La progettazione fu semplice e brutale:

  • pareti sottili → più spazio per l’esplosivo
  • esplosione “ad aria” → onda d’urto enorme
  • effetto: sfondare tetti, finestre e strutture su un’area molto vasta
  • Spesso combinata con bombe incendiarie da 6000 lb circa per amplificare i danni.

Un solo ordigno poteva spazzare via un intero isolato: da qui il soprannome “blockbuster”.

Varianti

  • HC 4000 lbBlockbuster – “Cookie” (quella più comune che la foto sembra mostrare)
  • HC 8000 lb

Modelli successivi

  • 12000 lb – Tallboy (Sembra che gli anglofoni usino frequentemente chiamare “boy” le bombe – vedi atomiche contro il Giappone)
  • 22000 lb – Grand Slam

Le Tallboy e le Grand Slam, spesso confuse con le blockbusters per peso, appartenevano in realtà a una categoria diversa: le cosiddette “earthquake bombs”, progettate per distruggere strutture sotterranee e fortificazioni.

Come venivano sganciate

Le 4.000 lb “Blockbuster” erano troppo voluminose per gli aerei medi:
solo i bombardieri pesanti — Wellington (modificato), Halifax e soprattutto Avro Lancaster — potevano portarle (una per volta).

Venivano sganciate da quota medio-alta (2.000–5.000 metri) per massimizzare l’onda d’urto.

Non serviva precisione chirurgica: erano progettate per spazzare via aree, non punti specifici.

Il risultato era semplice:
→ la “cookie” abbatteva tetti e finestre
→ le incendiarie entravano negli edifici e finivano il lavoro

La RAF chiamava questa combinazione “opening the city up”.

Le bombe nemiche inesplose sono sovente esposte nei musei come questi. 

Uso operativo

Usata dalla RAF contro:

  • Berlino
  • Colonia
  • Essen
  • Amburgo
  • Brema
  • Dortmund

Perché è esposta a Londra e Malta

A questo punto ci si chiederebbe: se la bomba era britannica, come mai queste due erano esposte nel Regno Unito e paesi alleati che invece avrebbero dovuto lanciarle?

Londra

Molti musei britannici (Museum of London Docklands, Imperial War Museum, RAF Museum) espongono blockbusters come simbolo del bombardamento strategico — sia quello subito (Blitz) sia quello condotto dalla RAF in Europa.

Malta

La RAF basata a Malta (Ta’ Qali, Hal Far, Luqa) usava le isole come base strategica per:

  • colpire la flotta italiana
  • attaccare convogli nel Mediterraneo
  • colpire basi in Sicilia
  • colpire aeroporti e infrastrutture dell’Asse

A Malta operavano Wellington, Halifax e Liberator, che potevano trasportare una 4.000 lb HC (anche se non frequentemente nel teatro mediterraneo).

Molte Cookie venivano gettate in mare quando questi aerei dovevano rientrare con problemi.

Negli anni ’60–’70 parecchi ordigni britannici furono recuperati dal fondale del Grand Harbour e da Marsamxett.

Il luogo dove é stata scattata la foto del 1985 è La Rotonda di Mosta, una chiesa che ospita una sezione storica inerente alla seconda guerra mondiale, dove il principale reperto è una bomba tedesca caduta sulla suddetta chiesa ma miracolosamente inesplosa.

Paradossalmente, questa bomba inesplosa è una replica dell’originale, e non si è neanche sicuri di quanto sia fedele a questa, che fu disinnescata e portata via subito dopo l’incidente.

Potrebbe essere una tedesca SC 500, che somiglia alla blockbuster, ma la “Cookie” inglese aveva un corpo cilindrico perfettamente liscio, molto più lungo e più grande di diametro, con testate piatte e proporzioni completamente diverse.

Conclusioni

La somiglianza tra le due foto é stato un espediente per approfondire alcuni argomenti storici, cosa molto divertente e facile con le tecnologie attuali. E’ stato anche istruttivo ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, quale orrore fu la seconda guerra mondiale. Anzi, ripensandoci visto il clima che si respire in questi mesi, il bisogno di ricordare quell’orrore c’è, eccome. 

What if: E se il primo allunaggio fosse fallito?

19 Jul

Come tutti sappiamo (ma a volte qualche cospirazionista mette in dubbio), il 21 Luglio 1969, la missione Apollo 11, esegue il primo allunaggio della storia dell’uomo. Da allora, di questa impresa si sono esplorati diversi aspetti. Dalla storica frase di Armstrong, a quanto fosse stato complicato il tutto con i mezzi di allora, a quante altre scoperte scientifiche successive sono state rese possibili da questa sfida, al fatto che il dispositivo che sto usando io per scrivere, e voi per leggere, é infinitamente più potente dei “super” computers di allora.

L’informatica Margaret Hamilton posa con il software di guida dell’Apollo che lei e il suo team hanno sviluppato al MIT.

Ovviamente ci sono anche gli aspetti di politica a contorno, la gara contro l’URSS per prima.

Quello che non ci viene in mente subito, perché focalizzati sulla titanicità dell’impresa é: E se la missione fosse fallita?

Come andarono le cose

Il presidente degli stati uniti di allora era Richard Nixon (quello del Watergate per intenderci), e al successo della missione, nonostante i limiti della tecnologia di allora, fu messo in contatto con gli astronauti e questa é la conversazione:

President Nixon:
“Hello, Neil and Buzz, I’m talking to you by telephone from the Oval Room at the White House. And this is the president of the United States. I just want to say that I’m sure I speak for every American, and for people all over the world, in saying that we’re all very proud of what you’ve done. For one priceless moment in the whole history of man, all the people on this Earth are truly one. One in their pride in what you’ve done, and one in our prayers that you’ll return safely to Earth.”


Neil Armstrong (commander of Apollo 11):
“Thank you, Mr. President. It’s a great honor and a privilege for us to be here, representing not only the United States but men of peace, of all nations, and we thank you.”


President Nixon:
“We’ve got some time to wait. We’ll wait for the next step. We’re looking forward to your safe return.”


Buzz Aldrin (lunar module pilot):
“Thank you, Mr. President. It’s a beautiful place, and we’ve had a good time. We’re sure glad to be back.”


President Nixon:
“I believe you are! I believe you are! I know that the world is waiting with you to hear the final message of the day. We wish you the very best in all of your future endeavors.”

Tradotto:

President Nixon:
Salve, Neil e Buzz, vi parlo per telefono dalla Sala Ovale della Casa Bianca. Sono il Presidente degli Stati Uniti. Voglio solo dire che sono sicuro di parlare a nome di tutti gli americani e delle persone di tutto il mondo, dicendo che siamo tutti molto orgogliosi di quello che avete fatto. Per un momento inestimabile nell’intera storia dell’uomo, tutte le persone su questa terra sono veramente una cosa sola. Uno nell’orgoglio per quello che avete fatto e uno nelle nostre preghiere perché torniate sani e salvi sulla Terra.


Neil Armstrong (commander of Apollo 11):
“Grazie, signor Presidente. È un grande onore e un privilegio per noi essere qui, in rappresentanza non solo degli Stati Uniti ma degli uomini di pace di tutte le nazioni, e vi ringraziamo.”


President Nixon:
“Abbiamo un po’ di tempo per aspettare. Aspettiamo il prossimo passo. Aspettiamo con ansia il vostro ritorno in sicurezza”.


Buzz Aldrin (lunar module pilot):
“Grazie, signor Presidente. È un posto bellissimo e ci siamo divertiti. Siamo sicuramente contenti di essere tornati”.


President Nixon:
“Io credo che tu lo sia! Io credo che tu lo sia! So che il mondo sta aspettando con voi di ascoltare l’ultimo messaggio della giornata. Ti auguriamo il meglio in tutte le tue imprese future”.

Su YouTube ne vediamo il filmato integrale dell’epoca:

E se…

Come ogni missione sperimentale e scientifica, pur prendendo tutte le precauzioni possibili e con il massimo impegno per scongiurarlo, il fallimento é contemplato. Se questo accade dal punto di vista tecnico e scientifico, accade anche dal punto di vista comunicativo e politico.

Fu infatti chiesto a William Safile (giornalista Premio Pulitzer e scrittore di discorsi ufficiale della Casa Bianca), di scrivere un discorso che il presidente avrebbe dovuto pronunciare in caso di fallimento.

Qualche mese fa sono stato all’MIT di Boston, e nella sezione dedicata all’intelligenza artificiale del dell’Università, ho trovato l’installazione che vedete in questo video, é che ha ispirato questo post:

Si tratta di un Deepfake, cioè un video generato con l’IA, che simula il fallimento della missione con tanto del discorso sopracitato (e falsamente pronunciato) del presidente. Il video veniva visualizzato su una TV dell’epoca per rendere l’esperimento più immersivo.

Su YouTube ne é presente la versione integrale con una migliore qualità audio e video:

In rete é anche facile reperire il dattiloscritto del discorso:

Il discorso integrale tradotto:

Il destino ha voluto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace, rimarranno sulla Luna per riposare in pace.

Questi uomini impavidi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c’è speranza per il loro recupero. Ma sanno che c’è speranza per l’umanità nel loro sacrificio.

Questi due uomini stanno donando le loro vite per l’obiettivo più nobile dell’umanità: la ricerca della verità e della conoscenza.

Si addoloreranno le loro famiglie e i loro amici; si addolorerà la loro nazione; si addolorerà tutta la gente del mondo; si addolorerà la Madre Terra per avere osato mandare due dei suoi figli verso l’ignoto.

Nella loro esplorazione, hanno unito le popolazioni del mondo come se fosse una; nel loro sacrificio, hanno legato ancora più strettamente la fratellanza tra gli uomini.

Nei tempi antichi, gli uomini hanno guardato le stelle e hanno visto i loro eroi nelle costellazioni. Oggi, noi facciamo lo stesso, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa.

Altri seguiranno e certamente troveranno la loro via di casa. La ricerca dell’Uomo non verrà negata. Ma questi uomini erano i primi, e i primi resteranno nei nostri cuori.

Ogni uomo che guarderà la Luna nella notte, saprà che c’è, da qualche parte, un piccolo angolo che sarà per sempre l’umanità.

Considerazioni

Al di là delle considerazioni emotive di cosa é successo, e di cosa sarebbe potuto succedere, ho trovato l’esperimento di creare questa realtà alternativa un esperimento curioso e interessante.

Molte sono le riflessioni sui retroscena che non vediamo e le possibili alternative, i punti di vista di un evento che pensiamo di conoscere a fondo.

Possiamo anche speculare su sliding doors, dimensioni parallele dove le cose sono andate diversamente etcetera.

Lascio perdere le considerazioni etiche sui deepfake, del quale tanto ci sarebbe da discutere, più di quanto si sia già fatto.

Diari di viaggio: L’Isola dei Cani – Londra

12 May

Introduzione

L’Isola dei Cani (Isle of Dogs) è una penisola situata nell’East End di Londra, circondata su tre lati dal Tamigi. La prima volta che venni a conoscenza di questo nome fu su un Dylan Dog che aveva appunto quel titolo (Dylan Dog N 165 – L’Isola dei cani – 06/2000).

Da allora rimasi sempre incuriosito e affascinato da questo borgo dell’area dei Docklands, collocandolo idealmente in una ambientazione vittoriana e paleo industriale.

Il mese scorso, mi sono trovato a Londra per motivi di lavoro, e ho dovuto casualmente alloggiare in questa zona. Ovviamente la mia immaginazione “letteraria”, si è discostata parecchio da quello che ho visto realmente. Ma non del tutto, ed è stato interessante investigare come un grande borgo portuale sia diventato un trade center.

A darmi molti spunti di approfondimento è stato Docklands Museum, a pochi passi dal mio albergo (da sottolineare che, come tutti i musei nel Regno Unito, l’ingesso è gratuito o ad offerta libera).

Breve storia

Il nome “Isle of Dogs” ha origini incerte.  Una teoria suggerisce che Enrico VIII tenesse i suoi cani da caccia nella zona, mentre un’altra ipotizza che il nome derivi da una storpiatura di “Isle of the Docks”, in riferimento ai numerosi moli presenti.

Originariamente, l’Isola dei Cani era una zona paludosa scarsamente abitata.  Fu bonificata due volte nel XIII e nel XVII secolo, l’ultima volta ad opera di ingegneri olandesi. Con una sottile vena ironico-polemica, mi piace enfatizzare che entrambe le bonifiche non hanno avuto bisogno di alcun regime totalitario e autoritario per essere compiute.

In questa galleria alcune riproduzioni dei vicoli dell’epoca che ho fotografato al Docklands Museum

L’urbanizzazione iniziò nel XVIII secolo con la costruzione dei moli (West India Docks – 1802, East India Docks – 1806 e Millwall Dock – 1868).  Questi bacini resero l’area un importante centro commerciale.  Nel 1909, i tre bacini furono unificati sotto il controllo del Port of London Authority. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’area fu pesantemente bombardata dalla Luftwaffe, causando gravi danni.  Dopo la guerra, i bacini conobbero un breve periodo di ripresa, ma con l’avvento dei container, divennero obsoleti e chiusero progressivamente negli anni ’70, lasciando l’area in uno stato di degrado. 

Ma la parte che più mi ha interessato è, come appunto dicevo sopra, la trasformazione da quartiere portuale a quartiere del business. 

La Isle of Dogs oggi e il Canary Wharf business center

La riqualificazione

Nel 1981 infatti, fu istituita la London Docklands Development Corporation (LDDC), con l’obiettivo di rigenerare le aree portuali in declino di Londra, inclusa l’Isola dei Cani.  Attraverso incentivi fiscali e deregolamentazione urbanistica, ha attratto investimenti privati, portando alla nascita di Canary Wharf, un nuovo centro finanziario con grattacieli e infrastrutture moderne.  Tuttavia, questo sviluppo ha spesso trascurato le esigenze delle comunità locali, che si sono sentite escluse dal processo decisionale e dai benefici economici derivanti dalla riqualificazione  .

Una pubblicità dei nuovi appartamenti costruiti ad opera della LDDC rivolti ad una popolazione più abbiente

Molti residenti storici dell’Isola dei Cani hanno espresso preoccupazioni riguardo alla perdita di alloggi a prezzi accessibili e all’aumento del costo della vita.  La costruzione di abitazioni di lusso e l’arrivo di nuovi residenti benestanti hanno contribuito a trasformare il tessuto sociale dell’area, rendendo difficile per le famiglie a basso reddito mantenere la propria residenza. In altre parole, il processo di riqualificazione ad opera della LDDC ha dato luogo a quel fenomeno molto attuale, che comunemente chiamiamo gentrificazione.

La t-shirt del movimento di resistenza contro il processo di riqualificazione della LDDC con un drago che richiama la forma del Tamigi sul tratto dell’isola dei cani

In risposta a queste sfide, la comunità locale ha intrapreso diverse iniziative per proteggere i propri interessi.  Ad esempio, è stato adottato un Piano di Quartiere (Neighbourhood Plan) per monitorare e regolamentare lo sviluppo urbano, cercando di garantire che le nuove costruzioni includano una quota significativa di alloggi a prezzi accessibili e che le infrastrutture locali siano adeguate alle esigenze della popolazione.

Il movimento di resistenza ha avuto il sostegno di diversi musicisti e artisti locali come i Tough Cookies con il loro brano Here To Stay

In sintesi, la riqualificazione dell’Isola dei Cani ha portato a una trasformazione significativa dell’area, ma ha anche evidenziato le tensioni tra sviluppo economico e giustizia sociale.  Il fenomeno della gentrificazione, alimentato da politiche di sviluppo orientate al mercato, ha sollevato questioni importanti riguardo all’inclusione delle comunità locali e alla sostenibilità sociale delle trasformazioni urbane. 

John and Jack – A proposito del mio nuovo singolo / About my new song

15 Jan

Italian (English at bottom)
Con questo breve post, come altri, che stanno diventando una consuetudine, vi presento il mio ultimo lavoro.

A differenza dei precedenti, questo rispolvere le mie radici più rock, con riffs in overdrive ma affiancando una nasale chitarra resofonca.

Per la prima volta mi occupo anche di suonare un intero set di batteria, piuttosto che di altri strumenti percussivi o delegare ad altri l’uso di questo strumento.

*

Il testo parla di un amicizia di provincia, di due ragazzi molto diversi tra loro, dove però l’affetto o l’abitudine, la condivisione di una vita, smussano queste differenze. John è un ragazzo timido, composto e rispettoso. Jack è invece sprezzante, inopportuno e sfacciato.

Oltre a rappresentare valori come amicizia e condivisione di esperienze, o della gioventù, un altro livello di lettura può essere che entrambi i personaggi che vivono dentro di noi, confinati nella provincia della nostra mente. Rappresentando quello che vorremmo fare ma non facciamo, per via di costrutti sociali e morali, o semplice rispetto altrui. Come se fossimo tutti dei John con un Jack dentro, e le nostre azioni sono determinate da quanto diamo ascolto a quest’ultimo.

Vi auguro un buon ascolto.

Seguno alcuni dei media stream dove è possibile ascoltarlo.

YouTube (video) – non richiede iscrizione ma è il meno adatto per ascoltare musica
YouTube Music
Spotify
Apple Music
Amazon Music
Napster
Deezer

English (Italian at top)

In this short post, as the other ones that are becoming a usual attitude, I introduce my last song.

In this one, my rock roots come back, using “overdrived” riffs but beside to a resonator guitar.

For the first time, I also played a full drum kit, rather than play different percussion or delegate this to someone other.

The lyrics are about a country-dweller friendship. Two really different guys, are friends because of affection or routine, or the share of their life, despite the differences. John is a shy and respectful guy. Jack is scornful, inappropriate and insolent.

Beside to values as friendship, and sharing of experiences of youth, the song can also be explained as both the characters living in our country-dweller mind. They represent what we would like to do, but we don’t because of our social role or ethic. It is as we are all a John with a Jack inside, and our actions depends on how much we listen to this one.

Enjoy listening!

Follows the link to some of the streaming services.

YouTube (video) – Subscription not required, but, not the best for music listening
YouTube Music
Spotify
Apple Music
Amazon Music
Napster
Deezer

Il mio EP Via Di Torpiloquio nuovamente disponibile in formato CD

08 Nov

Il mio primo EP è ora disponibile su cdclick.

Purtroppo il costo, e le spese di spedizione sono superiori rispetto a quando era su amazon

, ma alcuni dei servizi per artisti di Amazon non sono più disponibili.

Per acquistarlo cliccate qui.

Dee-daa-doo-daa – Vi racconto qualcosa sul mio ultmo singolo

17 Oct

Quando la musica era esclusivamente venduta su supporto fisico (cd, vinile, cassetta…), vi era la copertina e il booklet che dicevano qualcosa in più sul’album/singolo. Scrivo qui un paio di righe a sopperire questa mancanza, della quale, pur con tutti i suoi pro, la digitalizzazione della musica ci ha un po’ privato.

Dee-daa-doo-daa

La Copertina

La cover di questo singolo, illustra la mia ombra che richiama un samurai errante. Questo vuole rappresentare la caprbietà nella ricerca di qualcosa. Ma ne parleremo più in dettaglio del significato del brano.

Composizione ed Esecuzione

Il brano è stato interamente composto e arrangiato da me. E’ mia anche l’esecuzione delle parti di: chitarra acustica, chitarra elettrica (ritmica e solista), basso, voce principale e cori. Per la batteria mi sono avvalso della collaborazione di Rick Van de Voort. Al missaggio e al mastering invece, troviamo Alessandro Scarlata, che ringrazio nuovamente.

Il Brano

Musicalmente, si può definire uno swing-shuffle-rock, genere che ho inventato nel momento in cui scrivo 🙂

Il testo ha diversi livelli di lettura. Uno più superficiale e scanzonato, può vedere il protagonista come qualcuno che gira il mondo in cerca di risposte esistenziali, ma anche i massimi esperti delle discipline gli rispongono una sorta di “chupa!” (il Dee-daa-doo-daa per essere chiari).

Una lettura più approfondita invece, affronta una delle questioni del nostro tempo, al quale la tecnologia recente ci ha abituati. Mi riferisco al fatto di avere le risposte a molti dubbi e curiosità, che possono venire dall’immensa quantità di risorse presenti in rete, e alla facilità che essa ci permette in alcuni casi, di interloquire con esperti di qualunque settore. Ma non per tutto c’è una risposta, e a volte non ci resta che convivere con il dubbio. Non é facile, e a volta pur di avere delle sicurezze, ci affidiamo alle teorie più strampalate, magari confortati da una comunità che ci crede, e appartenere ad essa ci da ulteiore sicurezza. Se riusciamo ad accettare il dubbio, e sfuggire a questi meccanismi, possiamo comunque continuare a cercare le risposte. E’ la ricerca infatti, che ci arricchisce, a prescindere se troviamo quello che cerchiamo. Mi riferisco insomma, al concetto di serendipità.

Non mi resta che augurarvi un buon ascolto!

“Credi a quelli che cercano la verità. Dubita di chi la trova”

André Gide

“Chi conosce tutte le risposte, non si è fatto tutte le domande”

Confucio

Reato di pubblicazione nuovo album….

25 Nov

LEGIONE CARABINIERI LATSIO
STAZIONE DI VIA DI TORPILOQUIO

OGGETTO: Verbale di arresto—-/

L’anno 2020 nel mese di Novembre, giorno 24 alle ore 00:00, negli uffici della Stazione Carabinieri di VIa di Torpiloquio, noi sottoscritti Ufficiali ed Agenti di P.G. Pinco Panco e Panco Pinco, effettivi al suddetto comando, raccogliamo la confessione dell’individuo identificatosi come Andrea Raso.

Il soggetto, reo confesso della pubblicazione di materiale musicale, ha deciso di collaborare e di fornire altresì le generalità dei suoi complici, identificati in:

  • Marco Silvestri – reo di aver mixato le composizioni facenti parte dell’opera,e di aver eseguito le parti di basso nella canzonetta denominata “Semi Serenata”.
  • Piero Martorio – reo di aver preso parte alla composizione del suddetto brano.
  • A Giovanni Torrisi invece, si ascrive il reato di composizione dello scritto e dell’armonia del brano denominato “Il Falegname”.
    Gli accertamenti svolti hanno fatto luce sulle dinamiche criminali del sodalizio.

 

Costruire un Jukebox con Raspberry PI

12 May

A grande e lusinghiera richiesta, pubblico questo tutorial, non appena sono venuto dalla conferenza annuale di CaSPA, che vi permettera’ di costruire questo Jukebox (o una sua variante a vostro piacere 😉 ) :

Demo:

Per affrontare questo progetto e’ richiesto un minimo di manualita’, confidenza con cavi audio e con l’informatica in generale.

Shop Lists

Shoplist Hardware

– Raspberry Pi
– Monitor
– Relativi cavi (hdmi, audio ecc)
– Pulsanti+controller USB e luci a led
– Casse
Opzionali:
– Car hifi
– Alimentatore 12 volts (anche quello di un vecchi o PC puo’ andare bene)
– Switch RCA
– Input audio RCA

Shoplist Software

Raspbian GNU Linux (io ho usato la version 9.6)
Fruitbox (io ho usato la versione v1.12.1)
– Scripts custom e configurazioni (da scaricare piu’ avanti su questa guida)

Parte 1 – Hardware

In questa sezione verra’ saltata la parte che e’ in comune con la costruzione del cabinato in quanto e’ analoga a quella per un arcade, e di guide la rete e’ gia piena (chedete a zio Google 🙂 ). Diremo solamente che questa include:

  • Il monitor
  • i controlli
  • il Raspberry (mini PC)
  • Cavi vari
  • Luci e tamarrate varie 🙂

Allego solo alcune foto della fase di realizzazione come eventuale spunto di lavorazione:

 

Opzionalmente, si puo’ aggiungere l’autoradio per ascoltare anche i CD. Secondo qualcuno, questo snatura un po’ il progetto, ma a mio parere lo trasforma in un mobile hi-fi piuttosto che in un lettore MP3 gigante 🙂

Per connettere un alimentatore ad un autoradio,  c’e’ un ulteriore lista di tutorial.

Per alternare l’uso del CD, del jukebox e di qualunque altra fonte audio, si puo’ usare uno switch rca, reperibile nei principali store on line.

Parte 2 – Software

Questa sezione e’ a mio avviso quella piu’ interessante in quanto contiene le personalizzazioni che ho fatto per fare funzionare la parte jukebox, che e’ il core del progetto.

Il consiglio che do, e che io stesso ho messo in pratica, e’ di acquistare l’hardware minimo per poter prototipare. Cosi’ facendo, se ci rendiamo conto che il progetto e’ troppo ambizioso, in caso di abbandono conterremmo le spese.

Procediamo per steps:

Scaricare e installare Raspbian sul Raspberry

Guida Ufficiale in inglese, ma in rete si trovano anche varianti in Italiano

 

Scaricare e installare Fruitbox per Retropie

Download e guida in inglese (qui andiamo piu’ sul tecnico, non so se ci siano guide in Italiano, ma imparare l’inglese non fa male 🙂 )

 

Prime configurazioni e test

NOTA: Tutti i comandi presuppongono una installazione Raspbian e fruitbox di default. Personalizzazioni di queste potrebbero non garantire il corretto funzionamento, che non e’ garantito a prescindere 🙂

A questo punto fruitbox dovrebbe essere nella directory /home/pi/rpi-fruitbox-master.

Copiamo i nostri MP3 nella cartella /home/pi/rpi-fruitbox-master/Music/ (creiamola se non esiste) usando il nostro client SFTP preferito (ad esempio Filezilla). Consiglio inizialmente non piu’ di una cinquantina di file per prova.

Lanciamo una prima esecuzione del programma come descritto nella guida:

cd  /home/pi/rpi-fruitbox-master

./fruitbox –cfg skins/[IL_MIO_TEMA]/fruitbox.cfg

Dove [IL_MIO_TEMA] e’ una delle seguenti skin di default:

  • Granite
  • MikeTV
  • Modern
  • NumberOne
  • Splat
  • TouchOne
  • WallJuke
  • WallSmall
  • Wurly

Provate varie skin, usando come input temporaneo la tastiera, ma considerate che i pulsanti richiesti sono diversi per skin, e questo impattera’ la scelta finale dei pulsanti fisici.

Configurazione dei pulsanti

Una qualsiasi delle guide per costruire un cabinet aracade, precedentemente citata, dovrebbe spiegarvi come collegare un controller USB i relativi pulsanti.

Per vedere con quale codice i pulsanti vengono riconosciuti dal sistema, eseguire i seguenti comandi.

cd  /home/pi/rpi-fruitbox-master

sudo ./fruitbox –test-buttons –cfg ./skins/[IL_MIO_TEMA]/fruitbox.cfg

Cliccare sui ogni pulsante e prendere nota di volta in volta del codice generato a video.

Modificare sul vostro PC il file di configurazione fruitbox.btn (scarica il file qui) sostituendo per ogni tasto che vogliamo mappare il corrispondente codice che abbiamo annotato nel passo precedente.

Copiare il file di configurazione fruitbox.btn via SFTP su questo path:

/home/pi/rpi-fruitbox-master/rpi-fruitbox-master/

Rilanciare l’applicazione fruitbox come mostrato precedentemente:

cd  /home/pi/rpi-fruitbox-master

./fruitbox –cfg skins/[IL_MIO_TEMA]/fruitbox.cfg

Verificare che i tasti funzionino.

Impostarte l’avvio automatico di fruitbox al boot e spegnimento all’uscita

Come prima cosa dobbiamo impostare il login automatico on l’utente pi.

Comandi

sudo raspi-config

Al menu ncurses (quello grigio a sfondo blu per intenderci) selezionare:

3 Boot Options Configure options for start-up 

Poi:

B1 Desktop / CLI Choose whether to boot into a desktop environment or the command line 

E infine:

B2 Console Autologin Text console, automatically logged in as ‘pi’ user

Uscire selezionando

<Finish>

E alla domanda:

 Would you like to reboot now? 

Rispondere

<Yes>

A questo punto verifichiamo che al riavvio di Raspbian, non venga richiesta la password per accere come utente  pi.

A questo punto dobbiamo automatizzare la partenza e lo spegnimento.

Come prima cosa scarichiamo il file jukebox.conf. Modifichiamolo questo file decommentando (cioe’ eliminando il il carattere cancelletto) dalla nostra skin preferita.

Scarichiamo lo script runjb.sh.

Copiamo i file runjb.sh e jukebox.conf via SFTP sulla directory /home/pi del nostro Raspberry.

Infine, sul terminale di Raspbian (las schermata di avvio testuale per intenerci) eseguiamo:

chmod 770 /home/pi/runjb.sh
chmod 770 /home/pi/jukebox.conf
echo “/home/pi/runjb.sh” >> /home/pi/.bashrc

A questo punto dobbiamo solo riavviare il sistema e verificare il corretto funzionamento.

Parte 3 – Finale

Se tutti i precedenti passi sono stati correttamente eseguiti, divertitevi a montare e decorare il vostro jukebox.

In caso avreste bisogno di assistenza, o volete condividere i vostri progetti (cosa che vi incoraggio a fare), vi consiglio di chiedere asistenza alla community arcade italia di cui io faccio parte:

Arcade Italia Forum Ufficiale

Arcade Italia Gruppo Facefook

O anche su:

Fruitbox su Raspberry Forum

Parte 4 – Extra

Alcuni Tips and Tricks aggiuntivi:

Aggiornare la lista degli MP3:

  1. Aggiungere i files nella directory /home/pi/rpi-fruitbox-master/Music/
  2. Cancellare il file /home/pi/fruitbox.db
  3. Riavviare fruitbox

Configurazioni avanzate:

Il file rpi-fruitbox-master/skins/[IL_VOSTRO_TEMA]/fruitbox.cfg contiene interessanti configurazioni tra le quali:

  • La possibilita’ di eseguire brani random dopo un certo periodo di inattivita’
  • La possibilita’ di gestire la gettoniera 🙂
  • Tanto altro…

Documentazione ufficiale

Framebuffer

Se non vi piacciono “le scritte all’avvio” che sono lo standard output dello start di Raspbian, si puo’ customizzare con l’ immagine che preferite (guida). Ma la proceura non e’ per neofiti. Personalmente li ho lasciati perche’ se qualcosa va storto voglio capire cos’e’.

WallBradz skin

Per il mio progetto ho modificato la skin basandomi su l’ originale WallJuke. Se proprio ci tenete ad avere la mia faccia sul vinile che gira potete scaricarla qui 😀

NOTA: Questo articolo, come tutti i contenuti di questo blog sono sotto licenza creative commons. Puo’ essere liberamente distribuito senza scopo di lucro e citando la fonte.

 

Una pedaliera con ampli embedded

20 Aug

Questa é la mia nuova pedalboard home made.
Lo guardo, ascolto canzonieri e mi diverto.
Gli effetti sono da incrementare, anche se c’è già quasi tutto 
Ha una testata Orange inglobata così i cavi send-return fanno poca strada, jack in + jack out e suoni collegato a un cabinet > di 8 ohm o a un mixer (cabinet simulator dell’amplificatore  )
Alimentazione unica per pedali e ampli.
Ha due coppie di jack input output replicate all’interno che volendo possono bypassare l’amplificatore o andare in send return su un ampli esterno.

#pornsound #pedalboard #guitar #guitareffects #homemade #handcraft #troppitag

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Resuscitare una chitarra – Parte VII

29 Jun

Durante questa fase, e più in generale durante le verniciature in genere, ho imparato che la verniciatura può esaltare un buon lavoro o peggiorarlo, ma raramente migliorarlo. Inoltre, ho imparato molte cose in un seminario sulla cultura organizzativa e sull’equilibrio di vita.

Iniziamo a incartare le parti che non vanno verniciate. Tastiera e ponte che essendo in palissandro non necessitano di vernice e la rosetta.

Rivestimento nastro
Con un taglierino di precisione ho intagliato il nastro attorno alla rosetta:

Nastro su Rosetta

Nastro Rosetta

Sembra un lavoro ben fatto. In realtà mi sono reso conto che il nastro isolante non va bene, in quanto nelle giunture, quando il nastro si sovrappone o si congiunge, la vernice penetra e macchia comunque la rosetta. Ci vuole perciò un unico pezzo di plastica adesiva.

Per l’effetto sunburst (sfumato) ho usato dei mordenti naturali e tamponi di lino riempiti di cotone:

Piuttosto che spiegare il procedimento a parole, ne ho fatto un video:

Una volta che il corpo è asciutto lo ricopriamo con della gomma lacca a tampone.

I procedimenti appena esposti sono anche accennati qui.

Questo è il risultato.

IMG_1180

Una volta asciugato il top, lo proteggiamo con carta e nastro di carta e verniciamo il resto con vernice all’acqua. Ho usato una vernice opaca in quanto, essendo una classica convertita, molti inestetismi erano non erano altrimenti mascherabili. In caso contrario avrei preferito vedere il legno attraverso una vernice trasparente.

IMG_1184

 

Verniciata e montata:

Finished Guitar

 

Seguono adesso delle piccole regolazioni: Altezza ponticello tasti da limare ecc ecc.

Presto aggiornerò questo post con un video con la “prova su strada”!

Leggi la parte IV

Umili Liriche

musica, appunti e riflessioni sull'universo conosciuto